sabato 30 dicembre 2017

DIARIO DI UNA MADRE DI DUE FIGLIE CON #AUTISMO: POST 41

25 Novembre 1986

Tanto per parlare d’italiani a Londra, mi capita spesso d’incontrare connazionali che fingono sprezzantemente di non esserlo. Fanno finta di non capirti! E rispondono in un inglese terribile: a me che ho avuto come insegnante Mrs Know!
Che ricordi! Mrs Know viveva, anzi credo, spero che viva ancora qui a Londra in Chestnut Drive. A Est. In fondo sono trascorsi solo quattro anni da quando venni qui a studiare l’inglese. Ogni sera, facevo conversation con Mrs Know:
You must improve your English, Aurora[1]Mia cara, sei così gentile e beneducata. Potresti trovare un impiego presso una famiglia facoltosa e continuare con i tuoi studi. Pensa che qui a Londra c’è gente che possiede incredibili somme di danaro: sono così ricchi da ritenere di aver bisogno di qualcuno che giri loro le pagine del libro che stanno leggendo!
E rise, in modo deliziosamente inglese, dell’eccentricità di quanto aveva appena detto, in quell’occasione come in altre. Che donna gentile e ironica. Non posso dire lo stesso di questi miei connazionali. Una tristezza. È vero, qui è tutto ordinato e l’Italia è un gran casino, ma essere italiani, specialmente quando si è all’estero, secondo me vuole dire qualcosa.
Qui piove sempre. La pioggia scende fina ed ininterrottamente da un cielo grigio fumo di Londra. Alloggiamo in Sussex Gardens, proprio di fronte a Hyde Park, ma i miei sogni di giocare al parco a Londra con Chiara cozzano con il clima di qua! Che il mese di Novembre fosse piovoso e dalle tonalità cineree, io lo sapevo anche in Italia, ma dalle parti nostre le nuvole di solito sono alte e fra una burrasca e l’altra c’è sempre un raggio di sole, mentre qui a Londra il sole è un fatto raro. Ti accorgi dell’importanza del sole quando non lo vedi. È importante il sole, cavolo!
L’altro giorno ho preso con Chiara un bus per andare Notthing Hill, è una zona molto caratteristica, ci sono negozi particolari e un bel mercato. Ci sono i rigattieri come a Porta Portese sotto casa di mamma a Roma. A me piacciono i mercati e i mercatini. A Chiara piace molto il Bus. Ci facciamo certi giri! Abbiamo fatto l’abbonamento. Accidenti quanto sono cari i trasporti qui.
Sul bus ci siamo sedute accanto ad un’impassibile cerea magra signora di mezza età, indossava un cappottino giallo canarino e teneva entrambe le mani appoggiate su un ombrellino a pois giallo e blu: tutto pendant! La donna si confondeva nell’aspetto tra le altrettante ceree e spente facce impassibilmente inglesi sedute e in piedi nel bus. Bus multicolore al suo interno, e pendant! Improvvisamente, la donna si è voltata verso di me e indicandomi un varco nel cielo mi ha detto come illuminata in volto:
Oh! Look! Sunshine!
Quel suo cambiamento repentino e raggiante mi ricordò all’istante una bella canzone, giustappunto inglese. E guardando i volti altrettanto sollevati e sorridenti intorno a me, m’immaginai di far parte di uno di quei famosi musical in scena in pianta stabile nella London downtown. Ed ecco che tutti i passeggeri del bus stavano ora cantando rivolgendosi alla me straniera:
Here comes the sun, here comes the sun,
And I say it’s all right
………
Little darling, the smile returning to the faces
Little darling  it seems like years since it’s been here
Here comes the sun, here comes the sun,
And I say it’s all right
Sun, sun, sun, here it comes…
Sun, sun, sun, here it comes…[2]
Ma, disdetta, il sole, presto fu adombrato da uno spesso e scuro nuvolone ed anche le luci della ribalta si sono spente. L’allegro coro immaginario tacque ed anche le tante facce del bus tornarono a spegnersi, incupite di nuovo, forse, dai loro stessi pensieri.
Mi diverto a fantasticare nella città della musica con Chiara sulle gambe. Adesso, proprio mentre scrivo, lei dorme nel lettone, ma quando rientrerà Giuseppe, come sempre scatterà sul letto esclamando:
Peppe! Papà!
La quotidiana tonalità grigio fumo di Londra è un fatto pesante, non se ne esce dalla pioggia, e ciò influisce negativamente soprattutto sull’umore di Giuseppe. Lui è sempre nervoso. Nevrotico. Giuseppe, con la sua carnagione olivastra e la sua calvizie, in assenza di sole, è diventato un oliva, io una mozzarella, Chiara una mozzarellina.
C’è un particolare di non poco conto che “pesa” come un macigno sulle mie giornate: mamma mia quanto pesa Chiara! Ma non cammina mai questa bambina?



29 Dicembre 1986

Oggi Chiara ha fatto i primi passi. Che gioia immensa! Era ora. Se solo cominciasse a dire qualche parolina in più …




[1] Devi migliorare il tuo inglese, Marina.
[2] Ecco il sole, ecco il sole e io dico va tutto bene. Piccola cara, i sorrisi ritornano ai visi. Piccola cara, mi sembrano anni da quando è stato qui. Ecco il sole, ecco il sole e io dico va tutto bene. Sole, sole, sole, eccolo.

venerdì 29 dicembre 2017

DIARIO DI UNA MADRE DI DUE FIGLIE CON #AUTISMO: POST 40

15 Ottobre 1986

Sono in casa con Chiara, provo a giocare con lei, ma mi segue poco. Così, spesso la porto sul letto a giocare abbracciate, e lì si che si diverte. Le piace il solletico in tutte le salse e anche quando la tiro su con i piedi e lei mi guarda dall’alto mentre io faccio il rumore dell’aeroplano. Che carina! D’altronde il tempo è cambiato e usciamo solo di mattina, ma non in bicicletta, ho paura che la bambina prenda freddo.
Qualche pomeriggio fa è arrivato un vento umido da sud-ovest, la notte è piovuto e, improvvisamente, ci siamo trovati in Autunno. Nello zuppo mattino che ha seguito il temporale, un tappeto di scivolosi aghi di pino ha ricoperto le strade, ma il Pomeriggio il vento è cambiato ancora e, sotto un cielo azzurro intenso, il Maestrale, con i suoi mulinelli raso terra, ne ha fatto mucchi, asciugato le strade e scoperto le tante pigne, cadute cariche di pinoli maturati al sol leone, mentre, in alto, continua a spogliare gli alberi dalle foglie oramai deboli e smunte. La terra, irrorata dall’acqua, ha partorito i suoi doni. Un forte odore di sottobosco si è diffuso nell’aria e nelle ore dei pasti dalle cucine fuoriesce l’odore succulento dei funghi arrostiti o trifolati. Qui in molti sono appassionati del bosco, e il bosco dà molto a chi lo conosce e lo rispetta. La sfacciata Estate ha dunque ceduto il posto all’introverso Autunno. Bisogna tirarsi su, ma inventarsi le giornate per gente irrequieta come lo siamo noi diventa sempre più difficile. Così, i discorsi esprimono sempre più un bisogno di evasione che scoccando il suo dardo infuocato colpisce lontano indicandoci, infine, la meta: Londra. Il fascino del lontano, la città mito.
LONDON CALLING
Londra chiama le città sperdute…
…Londra chiama l’altro mondo…
…Londra chiama, diffidate dalle imitazioni…
…Londra chiama e c’ero anch’io…
…sta chiamando su tutte le frequenze…
…non mi sono mai sentito così bene (vivo)… così bene (vivo).

Cantano i CLASH e, naturalmente, il testo è ben più esteso, strano e visionario: sicuramente al di là della mia atossica ed analcolica comprensione. Naturalmente, io non ero e non sono astemia! Ma bevo raramente un po’ di vino rosso a tavola. Al contrario, Giuseppe è un rockettaro nato, ne sa tanto di musica. Da lui sto imparando un sacco di cose nuove. A lui piace molto il rock selvaggio ed incauto di gruppi come i Rolling o i Doors, a me molto meno. I tibetani sostengono che le melodie scatenino delle reazioni metafisiche. Gli scalmanati rumorosi brani musicali che Giuseppe si spara in corpo sotto forma di decibel, fino a sfiorare la soglia del dolore fisico, 63.2 decibel, mi angosciano terribilmente: le forze dell’Universo si esprimono attraverso i numeri!
London calling to the faraway towns[1]… e non è forse una cittadina sperduta Sabaudia? La conoscono in pochi la nostra Sabaudia. La moglie di mio zio, che è di Terracina[2], dice che siamo venute a vivere in un mortorio. È vero, Terracina è molto più vivace e più popolosa, ma Sabaudia non ha nulla da invidiare a nessuno, direi che a parte l’architettura del Ventennio, molto razionale, il contesto in cui è situato può definirsi ameno. Sarà pure uno sperduto mortorio, ma viviamo in un luogo ameno! Ma Londra sta chiamando forte …



[1] Londra chiama le città sperdute (lontane).
[2] Cittadina affacciata sul mare, circa 25 chilometri più a Sud. 

giovedì 28 dicembre 2017

DIARIO DI UNA MADRE DI DUE FIGLIE CON #AUTISMO: POST 39


15 SETTEMBRE 1985

Chiara è nata, a Roma, in un fatiscente padiglione dell’ospedale San Camillo che chiamano Reparto Maternità. Il 28 agosto, alle 9:25 del mattino.
Quindici ore di travaglio, affinché si facesse faticosamente strada dentro di me, ma una volta espulsa dal mio angusto utero retroverso, il dolore indescrivibile è sparito di colpo lasciando il posto a una sensazione di piacevolezza fisica e, soprattutto, di commozione infinita. Vedere quella piccola creatura venire al mondo nuda, livida, piangente e sola. 
Nei giorni precedenti, la paura dei dolori del parto non mi aveva fatto chiudere occhio. Eppure, oggi mi rendo conto che quel dolore fisico stordente che ho provato è l’ubriacatura necessaria a noi madri per essere ingannate a vivere come una naturale liberazione la dolorosa separazione che è la nascita di un figlio. La creatura tranquilla che fino a quel momento era vissuta in perfetta osmosi con me, dentro di me, improvvisamente, è un individuo. Si stava staccando da me, e proprio il dolore che il suo avanzare mi procurava e che diveniva ad ogni doglia più forte ed incalzante me ne faceva rendere conto spingendomi ad aiutarla per uscire fuori da me, dove comunque avrebbe trovato ancora me. E sarà un caso, o magari sto per scrivere una grandissima stupidaggine, ma la mia amica alla quale hanno praticato il cesareo ha sofferto di una depressione dopo il parto. Mi ha confidato di essersi sentita svuotata e di non riuscire neanche a toccare il suo bambino. Ci è voluto un po’ prima che riuscisse a stare con lui. Tuttavia, penso che per Chiara sarebbe stato meglio nascere in modo meno doloroso: ha faticato troppo ad uscire e aveva la testa allungata a mo’ d’un siluro. Lo zio C. di Giuseppe lo ha notato e mi ha detto preoccupato:
Speriamo che non abbia problemi a causa di questa sofferenza che ha avuto nel nascere. Mi sembra che abbia la testa un po’ troppo allungata.
Io ho perso dieci chili in ventiquattro ore. Nelle ore successive al parto mi sono sentita strana senza il mio pancione. Tra una poppata e l’altra, mi piazzavo dietro il vetro della nursery ad osservare la mia bambina, sebbene la maggior parte delle volte il fagottino meraviglioso mi desse le spalle dormendo profondamente sul lato destro. Chiara sembrava essere molto stanca e aveva la pelle arrossata e disidratata a causa della lunga permanenza nell’utero in mancanza di liquido amniotico. Io smaniavo per riportarmela a casa.
Era molto lenta nel succhiare al mio seno mooolto gonfio e dolorante: due ciucciate e un pisolino, un solletichino ai lati della boccuccia, tre ciucciate e un pisolino, e avanti così per un’ora, almeno. Poi, finito l’estenuante allattamento, quelle belve inferocite delle infermiere si prendevano il mio cucciolo per riportarla, in fretta e furia, alla nursery ed io non avevo mai il tempo di metterle la cremina sulle manine spellate a vivo. Avrei dovuto azzannarle alla giugulare quelle là, e invece mi sono fatta trattare malissimo. Non capiscano perché tante infermiere siano così acide e aggressive, anche in passato mi è accaduto di notare ciò ed è difficile difendersi.
Non dimenticherò mai il giorno in cui ci hanno dimesso dall’ospedale. Chiara indossava il pagliaccetto più grazioso che io abbia mai visto: cotone bianco con stampate tante delicate coccinelle punzecchiate di rosso e verde mela. L’ho comperato in un negozio per bambini sotto i portici qui a Sabaudia. In quel momento, ho provato la sensazione di riappropriarmi di mia figlia. Mi sento ancora un tutt’uno con lei. Mi mancava un pezzo di me. L’ho avvolta delicatamente in un grande asciugamano di spugna bianca e siamo montate sull’indistruttibile Opel Cadet bianca di zia Mariuccia, e tutte e tre ce ne siamo tornammo a Sabaudia.

Un caldo. Abbiamo percorso la Statale Pontina con i vetri della macchina tutti tirati giù, a cento all’ora. Una corrente, ma Chiara era avvolta e io la tenevo a me delicatamente. Ha dormito tutto il tempo. 

venerdì 22 dicembre 2017

DIARIO DI UNA MADRE DI DUE FIGLIE CON #AUTISMO: POST 38

15 DICEMBRE 2016 

Stamattina sono andata al Leonarda Vaccari[1] per visitare la mostra di fine anno dei laboratori artistici. Più delle volte precedenti, mi ha emozionato vedere la produzione artistica di Chiara. Quel che ha ispirato quest’anno Chiara è l’Arcobaleno. Su tela, su foglio, su oggetti di ceramica mia figlia ha riprodotto arcobaleni e sfondi con arcobaleni. Ha vinto anche un concorso ed ottenuto un riconoscimento:


Siamo a ridosso del Natale, e mi viene in mente che secondo il mio amico Gabriele, professore di filosofia antica, i Magi indicano un cammino lineare, progressivo, verso una meta luminosa, mentre l’Arcobaleno indica un percorso circolare. Tutti e due i cammini sarebbero disegnati nel Cielo e nasconderebbero una mappa.
Credo si tratti di una mappa cognitiva. A sentire il mio colto amico, Chiara starebbe facendo una bella evoluzione sul piano cognitivo, quindi della comprensione di sé e delle cose, e ce lo comunica inequivocabilmente attraverso la creatività. Che bello!



[1] Istituto Leonarda Vaccari è un centro di riabilitazione di Roma.

giovedì 21 dicembre 2017

diario di una madre di due figlie con #autismo: post 37

5 agosto 2013

Sono a Terracina. Queste due settimane sono per me anche il periodo del riposo forzato. Chiara e Arianna sono partite per un soggiorno estivo con un gruppo di loro pari: due volte l’anno, tre settimane in tutto, una a Luglio e due ad Agosto, poi si ricomincia a tempo pieno. Ho grandi responsabilità, tra le quali mantenermi in salute, ma adesso che la salute vacilla devo provare a non crollare. Fortunatamente, tutto risolvibile, ma dovrò curarmi seriamente. Ci sono patologie che, sebbene siano benigne, sono molto invasive e dolorose.
Stamattina, sono andata a fare una passeggiata al mercato, vado sempre al mercato della frutta quando vengo qui, ed ho incontrato Rita.  Rita che una volta aveva il supermercato sotto casa di nonna Angiola e di zia Mariuccia. Ci conosciamo da tanti anni. Quante volte Chiara entrava nel suo negozio e ne usciva correndo dopo avere arraffato biscotti, caramelle e cioccolata: mia figlia è una ladra di dolciumi. Tutti siamo ladri di qualcosa. Stamattina delle birichinate di Chiara ne abbiamo riso assieme, anche dei conti che trovavo da pagare! Poi mi ha detto una cosa che non ricordavo di avere detto. È strano sentirsi rammentare dagli altri ciò che si è detto in un momento di verità. Pare che alla sua domanda su cosa avessi in programma per il futuro delle ragazze io le abbia risposto:
Rita, le mie figlie non crescono mai. Non nel modo in cui intendi tu.
Ho abbracciato Rita per avere conservato la memoria di una mia risposta sincera. Lei mi ha detto che le è rimasta impressa per il modo in cui gliela diedi. Allora le ho detto:
Ti do una buona notizia: Chiara è diventata una ragazza molto matura, è cresciuta, insomma, però è pur sempre una bambina sotto certi aspetti. Per questo io la tratto da adulta, ma senza pretendere ciò che non è.
Questa volta mi ha abbracciato Rita.
Quindi ci siamo salutate, ma fatti pochi passi, a Piazza Garibaldi, di fronte alla grande chiesa bianca del San Salvatore, ho incontrato una maestra delle elementari di Chiara.
Di maestre, Chiara, che ha frequentato le elementari al partire dal 1987, ne aveva tre. Mamma mia quanto erano cattive! Feroci. Mi fecero pure litigare con il Servizio Materno Infantile e con il Direttore della Scuola, che era un brav’uomo però. Una volta mi convocò dopo una mia sfuriata e, paternamente, mi disse che il compito di una madre è anche quello di mediare le situazioni. È un concetto che ho cercato di fare mio per quel che mi è stato possibile: molte, troppe volte la scuola in questi anni mi ha fatto salire il sangue al cervello. Eppure, la maestra che ho incontrato stamattina, quella che all’epoca era la più arcigna fra le tre, mi ha fermato, abbracciata e fatto una valanga di domande su Chiara e su tutta la nostra vita. Sembrava sincera e quando ha appreso che ho anche una seconda figlia nello spettro percettivo dell’autismo si è palesemente dispiaciuta. A questo punto, ha cominciato a scusarsi per il passato, per la loro totale impreparazione e inadeguatezza, sopratutto per il comportamento avverso che ebbero nei nostri confronti. Poi, contrita, mi ha detto di avere pensato spesso a noi nel corso degli anni e di avere avuto sempre un rimorso per come erano andate le cose. Io le ho risposto che l’autismo mi colse impreparata almeno quanto loro ventotto anni fa e che ancora mi ci coglie, ogni giorno, mettendomi di fronte ad una prova più grande di me, di tutti noi. Poi l’ho abbracciata e perdonata dentro di me. Chi sono io per non perdonare?
Che dire, giornata di abbracci e di affetto, anche da un passato che consideravo laido.
Un piccolo lieto fine con una grande soddisfazione J


mercoledì 20 dicembre 2017

DIARIO DI UNA MADRE DI DUE FIGLIE CON #AUTISMO: POST 36


15 FEBBRAIO 2009


... così, mi capita che, a volte, osservando mia figlia Arianna, io veda in lei mio fratello. Come ieri, ad esempio. Chissà al loro debutto biologico, nel gran caos della riffa genetica, quale gene in comune si sia visto pescato, per avere entrambe quella buffa espressione accigliata, di chi vuol prendere le dovute distanze da un atteggiamento altrui, che evidentemente non va loro a genio più di tanto...

martedì 19 dicembre 2017

DIARIO DI UNA MADRE DI DUE FIGLIE CON #AUTISMO: POST 35

12 FEBBRAIO 2011

Come ogni sabato ho accompagnato le ragazze alla lezione di Nuoto in Via Tiburtina, un po’ fuori mano per noi, però poco male, l’aspetto positivo è che ci “mettiamo in viaggio verso una meta”, dato che la vita, specie la nostra, è un viaggio a noi in gran parte ignoto.
A proposito di mistero, nello spogliatoio ho incontrato Manuela, una signora in sedia a rotelle a causa della sclerosi multipla. Manuela è sempre accompagnata da suo marito, un brav’uomo col caratteraccio. Poiché lui nello spogliatoio delle donne non può entrare, capita che io aiuti Manuela passandole oggetti che le è difficile prendere, anche se è ancora abbastanza autosufficiente. Come sempre ci siamo messe a parlare di questo e di quello, e nel discorso mi ha detto che anche le sue sorelle frequentano la stessa nostra piscina, e quando le ho chiesto chi fossero le sorelle mi ha indicato tre belle signore delle quali una anche lei in sedia a rotelle e un'altra che per camminare si aiuta col bastone. Sono rimasta un po’ in silenzio, poi tra la spontaneità e la discrezione ho optato per la spontaneità e le ho chiesto se anche le sue sorelle avessero la sua stessa patologia. Lei ha risposto di sì. Quindi ha aggiunto:
Mia madre è disperata e dice che è una cabala!
Mi sono venuti i brividi, e le ho risposto:
Capisco bene tua madre, anche io credo che la mia sia una cabala.
Mistero, salto nel buio, viaggio ignoto, questa è la vita, ma se vogliamo viverla, come io voglio fino all’ultimo passo e all’ultimo respiro, meglio spogliarsi di qualsiasi “Io” tronfio di dolore e che strumentalizzi il dolore. Certo la malattia avversa la voglia di vivere, la umilia, proprio per questo non si dovrebbe guardare alla malattia quale simbolo inquietante, ma alla persona che non può essere identificata nella malattia. Solo così la cabala, come la definisce la mamma di Manuela, perde nella nostra immaginazione il suo carattere magico occultistico per assumere un carattere mistico spirituale e teurgico.

domenica 17 dicembre 2017

DIARIO DI UNA MADRE DI DUE FIGLIE CON #AUTISMO: POST 34.


Gennaio 1985

Non conosco al mondo persona alla quale piacciano i bambini più che a nonna Angiola, a parte me, che mi piacevano i bambini da che ero ancora in fasce. Però, a pensarci bene, ogni volta che nonna apprendeva la notizia di una gravidanza in famiglia faceva una faccia da funerale. Certo, riguardo a me, il suo disappunto fu comprensibile. La mia situazione era veramente incresciosa. Vedeva la mia vita andare a rotoli.
Non v’è dubbio che con Geppi avrei dovuto limitarmi a divertirmi, seppure. Geppi, da parte sua, non era sicuramente al settimo cielo per la mia gravidanza, ma nemmeno infelice. Continuava, piuttosto, ad essere preso innanzi tutto da sé stesso: dai suoi vizi e dall’ozio divenuti oramai irrimediabili abitudini. Mia nonna cita spesso un detto toscano che parafrasa Seneca, secondo il quale l’abitudine è peggio del vizio. Sono d’accordo con i toscani e con Seneca. E poi tutti quegli scatti di nervi, devo dire comuni a tutta la sua famiglia, il vittimismo, le continue lamentele e critiche, gli innumerevoli capricci e tutte quelle bugie, devo dire all’inizio originali, ma oramai divenute un repertorio trito e ritrito.  
Non essendo Geppi ed io sposati, naturalmente, dovemmo parlare di aborto. Sembra che si debba fare così. Un pomeriggio, era l’ora del te, mi portò dal suo medico per parlare di aborto. Il suo medico era un tipo raffinato, sull’intelligente, tendeva a culturalizzare, ma a me parve da subito un vero depresso. Il punto è che io lo vedevo al bar ubriacarsi sino a farsi male, e mi era anche capitato di incontrarlo una sera mentre camminava appoggiandosi ad un bastone con intarsi in madreperla, avvolto in una mantella nera foderata di raso rosso e con il capo coperto da un cappello a falde larghe. Ed era a quest’immagine carnevalesca che ricorrevo io ascoltandolo dare a mio figlio dell’embrione, come fosse già l’aborto che non solo lui ma tutti parevano considerarlo. Mentre lui, il medico, rimediava rimasugli di vita rimandando di giorno in giorno il suo suicidio annunciato. I miei consiglieri in un momento solenne della mia vita erano, dunque, il mio futuro marito dipendente da questo e da quello ed il suo medico alcolista. Due disperati in fuga da sé stessi e dalla vita che gli toccava in qualche modo di vivere, tanto è vero che uno mentiva e l’altro si mascherava.
Io ascoltavo un po’ tutti, oltre loro tutti parlavano di aborto, ma non ce ne fu uno tra i tanti che riuscì a persuadermi. Oramai non mi facevo più illusioni, era talmente evidente ciò che tutti si aspettavano da me. Tutti quei consigli pieni di buonsenso ed io, che non sopporto i consigli, me ne stavo lì zitta ad ascoltare i consigli del diavolo custode di ciascuno di loro. D’altronde, se un Angelo che veglia su di noi c’è, questi come custode può portarci di fronte ai bivi della vita, rischiarare una via, sussurrare un messaggio, ma certamente un Angelo non consiglia mai, la scelta spetta a noi, e mi sembra giusto visto che ne prenderemo le conseguenze. Ma è solo la consapevolezza di ciò che proviamo e sentiamo noi di fare a renderci liberi di scegliere secondo una nostra etica, altrimenti ci vediamo costretti dalla morale comune o dalla mentalità che ci circonda. Un piccolo aiuto in questo senso ci arriva dalla cultura, che eleva ed amplia le nostre vedute, e l’essere informati ci rende sicuramente meno sprovveduti, ma se non abbiamo un minimo di conoscenza di noi stessi non possiamo considerarci veramente liberi nell’operare le nostre scelte.
Non credo di poter affermare che a ventuno anni io fossi una ragazza consapevole, però, sicuramente la mia sensibilità era la mia intelligenza. Così, tutto quel comprensibile umano buonsenso altrui mi arrivava come un morboso ed ambiguo interessamento ai casi miei, che finì con l’infastidirmi. Avrei apprezzato tanto se qualcuno mi avesse dimostrato un briciolo di rispetto per il mio stato, al massimo sussurrandomi di fare la scelta che mi sembrasse essere la più giusta per me, e invece mi toccava sorbirmi i fluidi psichici dei miei interlocutori, dai quali ricevevo avvertimenti intrisi di sfiducie e di paure che non erano le mie. Così mi resi conto che, anche se ero tranquilla e pronta a tutto pur di tenermi mio figlio (non sapevo ancora che fosse una bambina, Chiara), ero io a dar loro l’occasione di esternare quel tipo di sentimenti, parlando di quanto mi accadeva, dando spiegazioni ed assicurazioni sulle mie buone intenzioni, cercando continuamente conferme e comprensione dagli altri. Vivevo così sdoppiata tra due mondi: quello fuori di me con le sue regole, le sue apparenze e le sue tante verità e contraddizioni, e quello dentro di me, che improvvisamente si fece più vivo ed importante che mai.
Un fuoco ardeva in me. Per la prima volta la struggente solitudine, che mi aveva tanto oppresso per anni, era svanita ed io non volevo spegnerlo quel fuoco che mi scaldava l’anima. La raggelante strada dell’aborto non era percorribile per la mia conformazione psichica. Insomma, io non contemplavo una l’aborto come una soluzione perché consideravo il mio bambino un mistero e non un problema.  Io lo volevo quel bambino. Io ero felice di essere incinta: lui ed io a condividere il mio corpo! Una condizione bellissima. Anche per questo la mia maternità mi sembrava innanzi tutto affar mio.
Non m’interessava di vedere il mio corpo trasformarsi. Non avevo paura del dolore fisico. Ero piena di sentimento e scevra da una qualsivoglia forma di moralismo. Percepivo la vita che si era insediata nel mio utero come un prodigio, anzi, come un evento spirituale. D’altronde, già da tempo, avevo cominciato a maturare la convinzione che il mio spirito non fosse una mia proprietà privata, e tale idea nasceva soprattutto dalla sensazione che una porzione, non propriamente identificabile del mio essere, fosse consapevolmente protesa verso una meta. E per meta non intendo un destino al quale non si possa sfuggire bensì uno scopo, un compito da portare possibilmente a termine. Mi sembrava quindi di potere in qualche modo direzionare la mia vita attraverso le mie scelte e le mie azioni quotidiane.
Una forza.
Improvvisamente, mi sentivo protagonista della mia vita e, a volte, ero perfino tentata di credere che le mie sole intenzioni ed i miei desideri più autentici potessero in qualche modo influenzare la realtà a me circostante. Era una ingenuità, ma decisi che sarebbe andato tutto per il verso giusto. A quell’irrazionale e misconosciuto procedere, la mente era spesso d’intralcio. Sentivo di avere un progetto di vita, per il quale, chissà, ero stata pensata esattamente così com’ero, anche con quel mio carattere fumantino. Di quel progetto avevo sentore che fosse autonomamente al corrente persino il mio corpo, munito com’era dei suoi fluidi e della sua chimica. Un corpo dotato di una memoria e di una ricettività che gli consentano di riconoscere i segnali lanciati dall’Universo. Un corpo equipaggiato d’una speciale bussola per non smarrire il cammino. Vivevo così nella presunzione, o nell’umiltà, di far parte di qualcosa di più grande e di più alto, ma anche nella convinzione, inculcatami da mia nonna Angiola, che questo immenso qualcosa o qualcuno, che siamo stati educati a chiamare Dio, non abbia creato nessuno di noi per poi abbandonarlo, perché ne facciamo parte … e non riuscivo ad intravedere il volto di Gesù, il mio Dio, tra coloro che mi consigliavano di abortire.
Trovandomi nella libertà individuale di scegliere, mi venne spontaneo chiedermi chi mai fossi io per decidere della vita di un altro essere umano, e mi sentii tremendamente responsabile delle mie azioni: io avvertii l’esigenza di essere in qualche modo coerente con me stessa. Questo atteggiamento personale mi fece sentire una persona adulta. Sentivo un amore potente per il mio bambino, lo sentivo più forte di qualsiasi altra forza fosse prima uscita da me.
Una forza.
Mesi prima, la mia amica del cuore non aveva trovato in sé la forza di affrontare una situazione analoga ed aveva deciso per l’aborto. Parlammo tanto. Mi chiese cosa ne pensassi. Faticando, le dissi la mia al riguardo, ma ascoltai di più. Dopo tacqui e, soprattutto, le restai accanto. Lei, conoscendomi, ebbe la delicatezza di non chiedermi di accompagnarla in ospedale, ma se lo avesse fatto io sarei andata senza esitare. Bisogna rispettarsi reciprocamente e non giudicare, non ci è proprio concesso. Purtroppo, dopo, la mia amica cadde in una forte depressione ed io provai per lei un grande affetto che mi spinse ad uscire dal mio silenzio e a prendermi la libertà di dirle di non temere, né per lei né per il suo bambino. Lei mi disse che Dio l’avrebbe punita, io le risposi che non è Dio l’accusatore.
Siamo esseri fragili, ma nell’amore che ciascuno di noi può donare c’è una forza grande, molto più grande del nostro concetto di grande. Dio io non l’ho mai visto, ma lo cerco, camminando dentro di me e guardando al cielo. Se penso a Dio io penso all’Immenso. Se Dio c’è, Dio è grande; questo l’ho sentito dire. Io non lo so se Dio c’è, ma molti mi dicono ciò che Dio vuole, eppure Dio tace. Se Dio c’è, è Uno che mi lascia libera di scegliere. Tant’è che non c’è niente di meglio di una persona che dimostri la rara capacità del sapersi prendere la responsabilità delle proprie scelte, fino in fondo, senza giudicare, né sé stesso né il suo prossimo.
Tuttavia, per quanto io sia così comprensiva nei confronti altrui, ho sempre riscontrato di avere un forte rigore nei confronti di me stessa. La vita di coerenza e serietà che mi sono scelta mi relega spesso nel silenzio della solitudine ed il silenzio mi costringe all’ascolto di me stessa. E, poiché il mondo interiore non tace mai, a volte in caduta libera, altre planando, io mi attraverso nei pensieri, nei sentimenti, nelle sensazioni e nelle emozioni, ed ho scoperto che i miei vissuti sono spesso controversi.
Sento l’amore, ma provo anche la rabbia. Mi viene spontaneo di aiutare, ma poi mi sembra che mi stiano buggerando. Voglio fidarmi, ma subito s’insinua in me il sospetto. Mi sorge allora il dubbio e mi domando:
Ma insomma chi sono veramente io? Forse, che quel che doniamo agli altri, in termini di amore, di fiducia e quant’altro, rappresenta ciò che vorremo ricevere?
Se così fosse, la carica di umanità che alimenta le relazioni con i miei simili sarebbe solo una forzatura su me stessa, una forma di gentilezza antalgica e seducente, magari causata dalla carestia affettiva con la quale ho dovuto convivere da sempre. Una decodifica comportamentale d’impellenti bisogni, profondi ed irrazionali, derivanti da conflitti non risolti che sono soltanto miei. Però, se questo fosse vero io dovrei aspettarmi una contropartita a questa mia generosità, invece quando dono lo faccio per aiutare, e dopo me lo scordo. Allora mi chiedo:
Che razza mondo è questo se induce le persone generose e gentili a porsi domande del genere?
E poiché come capita a molti di noi spesso faccio tutto da sola, ecco che mi rivaluto, trovando questa mia disamina cinica e impietosa, molto più somigliante al mondo pestilenziale e giudicante che sta là fuori che al mio modo di essere e di sentirmi all’interno delle relazioni. Quindi intuisco che molti di quei conflitti, che stanno dentro ciascuno di noi come mignatte ad innesco, non sono roba nostra: è il dannato mondo che ce li ha messi dentro. E questa consapevolezza mi riscatta dal farmi domande banali e colpevolizzanti che servono solo ad incattivirmi. Domande per le quali, oltretutto, non esistono risposte d’una qualsivoglia utilità, dal momento che, a prescindere da come va il mondo, non possiamo e non dobbiamo in alcun modo dipendere dalle opinioni e dai comportamenti altrui, altrimenti siamo veramente rovinati.
In realtà, non era quello il primo bivio della mia giovane vita. Già anni prima, restando a vivere con la nonna e la zia, mi era parso di fare la cosa giusta. Per rispondere al mio bisogno di verità, avevo rinunciato ai desideri della mia infanzia, che improvvisamente m’erano parsi solo illusioni. Avere un figlio in grembo e volere che ci resti fino a farlo nascere non è però un desiderio che si possa alla fine rivelare un’illusione, a meno che su quel figlio non si riversino più o meno consapevolmente delle aspettative, ma non era il mio caso.
Ritengo che chiunque basi anche solo parte della propria vita sulle aspettative nei confronti degli altri abbia un bel problema da risolvere: il massimo che possiamo fare è condividere un percorso comune, soprattutto con i figli.
Accogliere un figlio nell’incertezza assoluta del domani è una scelta di amore che, ancor prima di essere mossa dall’amore per un essere sconosciuto con il quale si deve ancora costruire una relazione affettiva, può essere frutto di una fede spontanea o prestabilita o di un ardore che rende consapevoli, o di entrambe, quando l’uno compenetrandosi nell’altra diventano il patrimonio di sensibilità di un individuo. Si tratta, comunque, di un salto nel buio, ed io con quel salto nel buio avevo finalmente intrapreso il mio viaggio all’inverso, contro corrente, a bordo di un natante che mi dava forza: la consapevolezza dell’amore per la mia creatura e la fede nell’amore di Dio, di cui mi sentivo parte.
Navigavo dunque, sulle acque dell’Infinito Immenso Mistero che mi portavo dentro. Chissà a quale porto sarei approdata? Era tutto da scoprire, ma una cosa era certa, andavo avanti a testa alta, incontro alla vita, e qualsiasi cosa fosse accaduta durante il percorso, anche se il vento fosse cambiato e la corrente mi avesse spinto alla deriva, io non mi sarei lasciata andare. Non mi ero resa conto che le acque di un mare sono anche i suoi abissi.
Oggi so che anche io, come Geppi ed il suo povero medico, ero un’inquieta. Solo che io non avevo paura della sofferenza e riuscivo a barcamenarmi lucidamente nel caos che era sempre stata la mia vita anche grazie a quella capacità negativa[1] che è appannaggio dell’essere umano creativo. Da questo punto di vista, però, ero ancora un embrione a rischio, come il mio bambino d’altro canto, con il quale procedevamo insieme nella nostra metamorfosi. Lui, nutrito ed ossigenato da un cordone, forgiava se stesso nel mondo acquatico della vita intrauterina, mentre io navigavo a vista per le acque insidiose del mondo, sperando in un disegno più grande che passasse anche attraverso le mie tante contraddizioni, gli errori miei ed altrui, le difficoltà oggettive e i miei innumerevoli dubbi, in attesa del domani, delle risposte e delle nuove domande che esso avrebbe recato con sé e, perché no, d’una me stessa migliore. Perché questa è la vita, che ci piaccia o no, ed io ero certa che il mio bambino, adorato ed innocente, m’avesse già reso migliore. 

                                                                                              



[1] Teoria del poeta romantico inglese Keats, secondo la quale l’artista sa "stare nelle incertezze, nei misteri, nei dubbi, senza essere impaziente di pervenire a fatti e a ragioni” in attesa vigile della giusta ispirazione.

martedì 12 dicembre 2017

DIARIO DI UNA MADRE DI DUE FIGLIE CON #AUTISMO: POST 33.


30 novembre 2017

Oggi nonna Angiola ha compiuto 102 anni, e anche lei non è più troppo in sé. Sarà anche normale alla sua età, ma è una pena vederla così confusa e disorientata. Sopra questa famiglia incombe l’ombra della  malattia mentale.
Ieri camminavo e osservavo come il cielo cambi continuamente, specie quando è nuvoloso. Cirri, cumoli, nembi. Se ci penso, la mia vita è stata così: venti perlopiù a favore, ma grandi nuvole, spesso minacciose, che adombrano continuamente ogni cosa. Non posso dire di essere stata sfortunata in tutto, sotto certi aspetti la vita mi è venuta incontro, ma in questo è consistito l’impedimento: troppe intemperie.
A volte, Arianna, che vuole controllare tutto quel che faccio, si para davanti alla luce e adombra la scena e le cose. Io, che non sopporto di vederci poco, le chiedo di spostarsi e lei devo dire che lo fa subito. Chissà qual è la causa del suo disturbo psichico, che come un’ombra insidia le nostre giornate.
E dire che io mi alzo quasi sempre di buon’umore e che faccio quel che c’è da fare con tranquillità, eppure ancora mi capita di alzare la voce, di perder la pazienza, di dire cose sbagliate, lo so che è solo una giustificazione, ma mi fa male quando va tutto alla malora dopo avercela messa tutta. Ma forse una cosa è il vissuto ed altro sono la vita e l’esser vivi, una cosa è il mio sogno della nostra vita e altro è la nostra vita. Io che ho il culto della Simmetria, ammetto che non sempre c’è simmetria tra noi tre, ma a nulla serve colpevolizzare e colpevolizzarsi, poiché ciò non dipende sempre solo da me. “
“Si può forse prevedere quando la terra tremerà? Puoi forse comandare il cielo o il mare? Così è la vita: è terra, è cielo, è mare. Il vento cambia. Non decidiamo noi quando è bonaccia, arriva la tempesta o peggio il cataclisma, ma c’è un fuoco che cova dentro di noi, che non è roba da piromani né da giochi pirotecnici …”[1]
Per questo io continuo a lavorare su me stessa, per scoprire il fuoco e così accendere nel centro della nostra casa un focolare perenne che ci scaldi e illumini al riparo dalle intemperie, sperando che non arrivi il cataclisma.



[1] Tratto dal mio romanzo inedito Asso di Picche, una storiaccia di concupiscenza.

domenica 10 dicembre 2017

DIARIO DI UNA MADRE DI DUE FIGLIO CON #AUTISMO: POST 32

18 FEBBRAIO 2001

Le bambine, zia Mariuccia ed io siamo tornate da New York sane e salve. Diciamo che siamo ardite la zia ed io! Se penso che andammo a Sharm El Sheik con Arianna che aveva solo quaranta giorni. All’epoca avevo ancora la multiproprietà. Partimmo con una farmacia al seguito. Io allattavo e mi alimentai con attenzione: andò benissimo. A maggio sul Mar Rosso è un paradiso. Non posso dire altrettanto di New York a febbraio. Come mi ha detto un elegante gentleman nell’ascensore del nostro albergo newyorkese:
- I’m londoner and England is cold, but here is frozen![1]
A New York faceva un freddo da morire. Imbacuccate fino ai denti è il termine che meglio ci descrive sotto la Statua della Libertà.
Abbiamo alloggiato all’Hilton sulla Sesta Strada. Non male: grandi vetrate, grandi letti, insonorizzato. Io ho trascorso una settimana dormendo poco e male a causa dei forti dolori alle braccia e per il fuso orario. Quando torno dovrò prendere seri provvedimenti per curarmi e rimettermi in sesto. Facevamo colazione alle cinque del mattino a turno con mia zia: le bambine hanno fatto colazione in camera. Chiara è meglio che non stia troppo vicino ai buffet di dolci. Arianna ha paura dell’interno dei grandi edifici e non è stato possibile farla mangiare nel grande ristorante dell’albergo. Credo che lo trovi inquietante, l’ho visto nei suoi occhi. È stato difficile anche portarla sull’Empire State Building, però una volta lassù il panorama ha catturato la sua attenzione. Credo che le sia piaciuto, anche questo l’ho visto nei suoi occhi. Purtroppo, non è andata altrettanto bene sulle Torri Gemelle. Quando siamo salite in ascensore, Arianna ha fissato a lungo ogni singolo volto, ma quando si sono aperte le porte e l’omino ha annunciato:
- Welcome to the top of the world![2]
Arianna per tutta risposta ha spalancato la bocca ed è scoppiata a piangere terrorizzata. Questa volta non è servito leggere nei suoi occhi! Era veramente angustiata povera piccola. Così abbiamo fatto un giro veloce, anche nel negozio di souvenir, e siamo andate via. In realtà, era troppo alto anche per me che facevo fatica ad avvicinarmi alle vetrate per guardare fuori. Ci hanno fatto la foto ricordo, però. Ma, una volta scese e finalmente, uscite abbiamo dovuto fare i conti con il gelo al quale alludeva il londinese in ascensore, qui si passa parte del tempo in ascensore, rischiando di romperci un arto sui marciapiedi ghiacciati. Non mi ci è dunque voluto molto a capire il perché negli Stati Uniti facciano continuamente aggiornamenti meteo in TV: qui il tempo cambia velocemente, così, può capitare come nei giorni scorsi che si metta a nevicare, che imbianchi tutto e che cominci a soffiare un vento gelido che lastra tutto di ghiaccio. Molto pericoloso. A noi, la neve ci aveva colto A Central Park due giorni prima della visita alle Torri. Eravamo di ritorno dall’American Museum of Natural History quando dovemmo accelerare il passo per rientrare in albergo prima della bufera. Il museo che ci è piaciuto di più è però il Guggenheim sulla Quinta Strada. Anche Arianna sembra aver gradito: non è stata impaurita dalla sua struttura luminosa e a spirale. Personalmente, ho sempre amato l’architettura.
Alle ragazze piace anche la zona, a pochi isolati da qui, di Times Square. È molto luminosa e allegra, noi eravamo abituate a Piccadilly Circus a Londra, ma qui è tutto grandioso. In realtà, l’impatto con la metropoli, non appena arrivate era stato claustrofobico. Camminavamo tutte e quattro a testa in su per riuscire a vedere il cielo lontanissimo. Il cielo sembra più lontano se si cammina tra i grattacieli.
Quella sera dopo avere camminato un po’ per scaricare la tensione del lungo viaggio, mangiammo qualcosa velocemente in un fast food e andammo a letto presto. Sia mia zia che io provammo l’istinto di tornarcene a casa, ce lo dicemmo tentate, ma poi cominciammo ad assaporare quella città di vetro e cemento e alla fine mia zia, che al pari di Arianna rispetto a Chiara e a me era la più disorientata, mi ha detto che le sarebbe piaciuto vivere per un periodo di fronte a Central Park. Si stava ambientando insomma! In effetti, ci sono dei grattacieli d’epoca meravigliosi e il parco è veramente affascinante, poi con la neve … ma non abbiamo fatto il giro in carrozza, eh! Quello proprio no. Sarà che a Roma siamo abituati alle carrozze e che le consideriamo una cosa da turisti. In realtà, anche noi eravamo turiste, ma solo per caso J
Comunque confesso che, il giorno dopo il nostro arrivo, sono andata nella Cattedrale di Saint Patrick sulla Quinta a pregare per le bambine, specie per Arianna, affinché stessero un po’ più serene, ed è andata bene! Lo dico sempre io che, se anche Dio non ascoltasse, la preghiera predispone bene.
Però, c’è da dire che, se è vero che è Arianna quella che mi fa disperare di più, con Chiara bisogna stare con cento occhi, e forse anche con una catenella! Non appena scesi a JFK, al controllo passaporti, mi è scappata L è stata una frazione di secondi, il tempo di mostrare i documenti. Non se n’è accorto nemmeno il poliziotto! Mia figlia Chiara ha eluso, prima nella storia, la Immigration! Così, quando mi sono voltata e lei non era affianco a me, il poliziotto ed io ci siamo guardati in faccia, gli ho lasciato tutti i documenti e sono andata a recuperarla più avanti: l’ho trovata dietro l’angolo con Linda, una signora che ho conosciuto in volo, che la teneva per mano aspettandoci: di lì dovevamo passare! A volte penso che nella mia vita sia tutto concertato, che ci sia qualcuno che ci protegge e che guida i miei passi. Siamo ritornate indietro tutte e tre, la monella mano stretta nella mia e Arianna in braccio, e il poliziotto e la sorveglianza ci hanno osservato senza fiatare, poi lui mi ha guardato afflitto e senza dire una parola ci ha timbrato tutto. Ogni volta che parto con le ragazze corro dei rischi, è vero, ma questa è la nostra vita e non ce ne sarà un’altra, e se ci sarà non ci saremo più noi tre: MarinAriannaChiara. E che vita sarà?! Non voglio vivere senza di loro, né adesso né prima né dopo.
Naturalmente, New York ci ha coinvolto con lo shopping. Ci sono bellissimi negozi qui J Che dire, siamo pur sempre quattro donne! Nonostante, dice che io sia qui in Missione.
Come al solito, dunque, il bilancio è positivo. D’altronde, dopo la benevolenza dell’Immigration, arrivammo in albergo e ci aprì la porta del Taxi un omone in livrea, il quale ci accolse con un:
- You’re very welcome![3]
E poiché anche la mia preghiera a Saint Patrick è stata accolta, devo dire che, nonostante i momenti di tensione e le difficoltà immancabili nella nostra vita insieme, non solo gli esseri umani ma anche gli spiriti del luogo ci sono stati propizi.
Ma per me quel che resta è la gioia e la soddisfazione di avere potuto fare questo viaggio insieme alle mie due figlie con autismo. Figlie con le quali amo condividere tutto, anche se con delle limitazioni. Ad esempio, non siamo potute andare a cena in qualcuno di quei meravigliosi locali newyorkesi, anzi un paio di sere c’è toccato di restare rintanate in albergo a causa dei momenti critici delle ragazze, ma come sempre si è risolto tutto e, insieme, abbiamo superato un altro piccolo buio terrore autistico affrontando lo sconosciuto: in questo caso la terribile e meravigliosa Manhattan. E mentre io aspetto che all’orizzonte sorga il sole, la nostra lunga notte dell’anima[4] non è più buio pesto. Qua e là, il nostro cielo si va costellando. Così le ombre, che prima erano un tutt’uno con la tenebra e che rabbrividendo sentivamo come presenze inquietanti, di tanto in tanto adesso riusciamo a vederle, e non ci colgono più di sorpresa.



[1] Sono londinese e l’Inghilterra è fredda, ma qui è gelido!
[2] Benvenuti al top del mondo!
[3] Siete molto benvenute (gradite).
[4] Come direbbe James Hillman.

venerdì 8 dicembre 2017

DIARIO DI UNA MADRE DI DUE FIGLIE CON #AUTISMO: POST 31.



27 giugno 2015

Le ragazze ed io siamo venute a Sabaudia e ci fermeremo a casa di Peppe[1] per il fine settimana, così possiamo fare tre giorni di mare. A Roma d’estate non si sta molto bene, se non la sera, ma noi la sera non usciamo mai a Roma, mentre qui sì, sempre, e ogni volta con un abito diverso. Adesso, dopo avere fatto un bagno a mare di due ore ed una lunga passeggiata serale con immancabile cono gelato, le ragazze sono crollate e dormono soddisfatte. È notte.
Qui la natura è uno spettacolo, ma il mare di Sabaudia è anche il ricordo dei tempi passati con zia Mariuccia, che adesso non c’è più. All’epoca[2], sulla strada costiera, la duna selvatica, in continua evoluzione, nascondeva per lunghi tratti la vista della spiaggia, poi come un sipario s’apriva improvvisamente esibendo lo spettacolo del mare. Il tratto più bello, per me, era ed è quello tra dal Lido di Sabaudia e Torre Paola: a sinistra il lago con la sua folta siepe di tamerici, a destra la vegetazione altrettanto fitta, di fronte la montagna, verdissima.
La zia, io e Chiara, seduta come un piccolo timoniere sul seggiolino della mia bicicletta, andavamo spesso a pedalare verso Torre Paola e, di solito, per ritornare in paese, facevamo il lungo giro di diciotto chilometri passando attraverso la Baia d’Argento e Molella; adesso non si potrebbe, troppe macchine. Quando però volevamo scendere giù in spiaggia in punti più deserti, dovevamo trovare un varco, addentrarci tra le ispide piante e, affondando nella sabbia calda, procedere facendo attenzione a non graffiarci, e superati i ginepri coccoloni, i gigli marini, le salsapariglie, i cisti e i rovi, finalmente, arrivavamo ad ammirare, investite dall’incessante brezza, la spiaggia all’epoca semi deserta e incontaminata. E menomale, perché con Chiara che all’epoca si metteva la sabbia a manciate nella bocca era una disperazione, figuriamoci se la spiaggia fosse stata sporca come lo è oggi.
Ho cercato di nuovo quei varchi che la natura, nella sua generosità, ci aveva concesso spontaneamente qua e là, dando a una semplice girata al mare il sapore di una piccola avventura, ma non li ho più trovati. Sono trascorsi ventotto anni ed è cambiato un po’ tutto, anche qui nel Parco Nazionale del Circeo.
Il lungomare da Sabaudia a Torre Paola è quasi tutto recintato e, di fatto, la spiaggia è resa per lunghi tratti inaccessibile. Quando ci vivevamo noi, la mano dell’uomo aveva operato discreta sulla duna e le sporadiche ville, di importanti o nobili famiglie e di artisti, non infastidivano né deturpavano il paesaggio, anzi spiccavano solitarie nel verde chiaro della vegetazione, battute da un vento insistente e carico di salsedine, che sciupandone l’aspetto esteriore le rendeva sobrie vedette umane al cospetto di una natura prorompente e sovrana, ma le costruzioni sono ora divenute troppe, sia sul versante marino che su quello lacustre. Una miriade di case e casette costruite sulla macchia mediterranea con accesso diretto alla spiaggia, le cui recinzioni arrivavano sino al bordo stradale. Se n’è accorta perfino Chiara, che all’epoca sembrava assente e invece ricorda tutti i minimi particolari di quei pomeriggi a zonzo per la Natura.
- Mamma, ma qui non si passa più da nessuna parte. La gente è fuori di testa. Ci sono troppe macchine, è pericoloso.
In questi luoghi, dove il mare e il vento nei momenti di calma e di silenzio continuavano a conversare tra loro interrotti solo dai versi dei gabbiani, noi pedalavamo e potevamo sentire il nostro respiro affannoso. Ma il cemento negli anni è stato versato in quantità e le costruzioni oramai assillano con la loro invadente presenza quello che ieri era un luogo ameno e selvaggio. Così, il falco pellegrino, destino sta nel nome, ha definitivamente traslocato sulla montagna del Circeo e sulle meno affollate isole Pontine, e dove prima padroneggiava la tenace duna, che aiutata dall’amico vento s’allungava sull’asfalto recuperando ogni giorno il proprio territorio, adesso ci sono le aiole concimate e imbellettate da eserciti di giardinieri, di custodi e di tuttofare filippini. Imponenti cancellate illuminate a giorno marcano l’importanza delle dimore, e al posto del mirto, dell’odoroso giglio di mare, della clematide, dell’erica multiflora e degli oleastri cresce la medicamentosa ed esotica aloe e abbonda il tossico oleandro.
L’ignoranza fa smarrire l’identità alle persone come ai luoghi. Meno male che la zia, io e Chiara mangiasabbia, che ci faceva tanto disperare, ci trovammo nel posto giusto al momento giusto e che ce la siamo potuta godere almeno per un po’.


[1] Papà di Chiara, mio ex marito.
[2] Dal 1982 al 1989 vissi a Sabaudia.