mercoledì 27 maggio 2015

Ineluttabilità della nostra grande solitudine - Rilke


E se torniamo a parlare della solitudine, si chiarisce sempre più che è cosa che non sia dato scegliere o lasciare. Ci si può ingannare su questo e fare come se non fosse così. E' tutto. Ma quanto meglio è comprendere che noi lo siamo, soli, e anzi muovere di lì. E allora accadrà che saremo presi dalle vertigini; che tutti i punti su cui il nostro occhio usava posare, ci vengono tolti, non v'è più nulla di vicino, e ogni cosa lontana è infinitamente lontana. Chi dalla sua stanza, quasi senza preparazione e trapasso, venisse posto sulla cima di una grande montagna, dovrebbe provare un senso simile: una incertezza senza uguali, un abbandono all'ignoto quasi l'annienterebbe. Egli vaneggerebbe di cadere o si crederebbe scagliato nello spazio o schiacciato in mille frantumi; quale enorme menzogna dovrebbe inventare il suo cervello per recuperare e chiarire lo stato dei suoi sensi. Così si mutano per colui che diviene solitario tutte le distanze, tutte le misure; di queste mutazioni molte sorgono all'improvviso e, come in quell'uomo sulla cima della montagna, nascono allora straordinarie immaginazioni e strani sensi, che sembrano crescere sopra ogni misura sopportabile.

Rainer Maria Rilke, LETTERE A UN GIOVANE POETA